L'incontro del 10 novembre esplora la complessa relazione tra linguaggio, identità, percezione del corpo, spazio e il ruolo dell'arte, utilizzando come filo conduttore l'evoluzione dello studio anatomico e la metafora della mappatura. Il tema centrale è l'atto di "dire" anziché "comunicare", inteso come un'espressione autentica di sé che crea una connessione profonda con l'altro.
Dal Medioevo al Rinascimento cambia il modo di intendere lo studio del corpo. Nella anatomia medievale il corpo era studiato come manifestazione della magnificenza divina. La scena anatomica prevedeva un "lector" (che leggeva testi antichi, spesso basati su dissezioni animali), un "sector" (barbiere/macellaio che sezionava) e un "pictor" (che disegnava). Nel Rinascimento, con Vesalio, la situazione cambia radicalmente. Il teatro anatomico diventa un vero e proprio palcoscenico dove il corpo è esposto, analizzato e "letto" dall'interno dal medico stesso (coincidenza tra sector e lector). È il corpo a dettare il testo, diventando il soggetto principale e rivelando la sua essenza più segreta e sconosciuta. Il teatro anatomico di Padova (1594), luogo di sapere aperto a filosofi, letterati e scienziati, funzionava come un "cannocchiale alla rovescia", con strutture concentriche che guidavano lo sguardo verso il microcosmo del corpo. L'operazione di anatomizzare e disegnare il corpo corrispondeva alla creazione di mappe, che traducono una realtà tridimensionale (il globo, il corpo) in una bidimensionale (la carta, le tavole anatomiche degli "atlanti").
Il concetto di mappa vede coincidere due attività: il vedere e il dire. Le due attività si intrecciano nel loro rispettivo ribaltamento. (A) L'esempio di Ferdinand Deligny che mappava i percorsi di bambini emarginati e reclusi. Il suo lavoro mirava a trasformare la "cecità bianca" della reclusione in consapevolezza, muovendo i corpi nello spazio per farli "passare attraverso" l'esperienza e mappare la loro direzione. (B) L'atto dei dadaisti di camminare senza uno scopo preciso nei giardini di Notre-Dame è visto come un modo di "dire" qualcosa, creando un percorso inesistente, un'esperienza nello spazio che va oltre la semplice passeggiata o esplorazione. (C) La distinzione tra "perdersi" (perdere le coordinate) e "smarrirsi" (creare un vuoto da riempire, tracciare la propria mappa). Smarrirsi è un atto di chiudere gli occhi per vedere in un'altra direzione, trovando la propria strada. Il riferimento è a Walter Benjamin, che in Infanzia Berlinese parla dello smarrimento come di una esperienza di consapevolezza soggettiva dello spazio.
Maria Cristina Galli, Dessiner c’est Voir”, Bibliografia di riferimento
Attività: I RITRATTI TATTILI (seconda parte).
[Seguito dell'incontro del 27 ottobre]
Ogni partecipante ha inserito un oggetto in un sacchetto, considerato come un "ritratto" di sé – oggetto-testimone, oggetto-rappresentante, oggetto-metafora, oggetto-quasi-sé. Questi sacchetti vengono scambiati tra le persone senza sapere chi ne sia l'autore.
Ora, ciascuna persona deve toccare l'oggetto ricevuto, percepirne le forme, e concentrarsi in una esperienza di "anatomia tattile", che esclude cioè il senso della vista. La concentrazione e il contatto con l'oggetto sono favoriti dall'atto di sussurrare una parola (un nome, un'emozione, una sensazione) che sopraggiunge alla mente durante l'esperienza tattile. L'obiettivo è disegnare ciò che si è sentito. Questo è un tentativo di tradurre una sensazione in un gesto, un colore, o, in altri termini, è un tentativo di costituire la sensazione attraverso l'intento di disegnare.
ESITO. L'oggetto ricevuto (il "segreto" dell'altro) deve essere seppellito dal ricevente in un luogo significativo. La sepoltura deve essere fotografata e la foto restituita. Questo è un atto di fiducia, un "dono" del proprio segreto all'altro e al destino, che richiede coraggio e accettazione di non possedere più l'opera, né se stessi. I risultati di questa esperienza si possono visionare nella pagina Interramenti.